LA PLASTICA NON È PIÙ FANTASTICA
PLASTICA IN MARE, IL PROBLEMA È A MONTE
di Valeria Serra
Al mare, quando ero piccola non ero attratta dai giocattoli di plastica perché il gioco vero era la spiaggia, un luna park sotto il sole dell’estate. Paletta e formine li vedevo dai vicini senza mai desiderarli. La sabbia, era bello maneggiarla, scavare una buca con le mani per trovare l’acqua, modellare un castello e decorarlo sulle mura bagnate con gusci di conchiglia e una pagliuzza d’alga sulla torre.

Non è più così. Guardo i bambini divertirsi sulla riva e guarnire i castelli con tappi di bottiglia, trame di reti, cannucce, cotton fioc, portati sulla spiaggia dalle onde e irreversibilmente mescolati all’arenile. Se cerchi di raccoglierli, scopri che potresti non finire mai: la plastica, nelle sue forme di degrado è ormai stratificata, quasi indivisibile dall’habitat della natura.


Come se non bastasse, vedo che molti vanno in spiaggia portandosi altra plastica: materassini, seggioline, sedie sdraio, stuoie di neoprene, borse frigo che certo nascondono stoviglie e altri contenitori in plastica, e poi creme per il sole rigorosamente contenute nei flaconi in plastica. Un paradosso, che proprio al mare, quando si vuol essere sposati alla natura, si moltiplica l’uso della plastica per trascorrere la giornata sulla riva. Perché, non il piacere di un asciugamano steso sulla sabbia e di una borsa semplice di tela? Oltre al piacere sarebbe anche più etico ed estetico.

Abbiamo visto immagini e filmati sulle grandi isole di plastica fluttuare nei mari del mondo e quelle di pesci, balene o tartarughe intrappolati o soffocati; ciò ci ha inflitto un colpo al cuore. La lattina di una bibita abbandonata nell’ambiente impiega circa cinque anni per degradarsi, il nylon o le moderne fibre che compongono cime da barca e lenze da pesca, quarant’anni e i resti di una sigaretta almeno sette anni. 

Fuggire in paradisi lontani ancora vergini? Non ce ne sono più: su Henderson Island, persa nel sud del Pacifico e diventata patrimonio Unesco per la sua biodiversità, la quantità di plastica portata dalle correnti copre oggi il 90% della sua superficie.



È vero che dalla Scienza arrivano anche buone notizie, come quella della squadra di ricercatori dell’università di Kyoto che ha identificato e isolato il batterio Ideonella sakaiensis che può vivere sul polietilene terptalato (il PET delle bottiglie) e divorarlo e degradarlo in breve tempo. Ma i tempi per sperimentare sono lunghi e il mare non può aspettare un solo giorno in più.

È plastica fino all’80% dei rifiuti marini e sono più di 8 milioni le tonnellate di plastica che ogni anno vengono riversate in mare. Il Mediterraneo è uno dei mari più colpiti a causa della pressione antropica e della densità abitativa delle coste. Un’emergenza planetaria che ci riguarda molto da vicino. La plastica non è biodegradabile e lentamente si decompone in piccoli frammenti: è un inquinamento meno vistoso degli oggetti voluminosi ma più subdolo. Le microplastiche, ingerite da pesci, molluschi e crostacei, li contaminano di sostanze tossiche fino all’ultimo anello della catena alimentare. La plastica è un materiale permanente fatto per durare, ma il 33% di esso viene usato una volta e poi scartato, ed è soprattutto il monouso a minare il futuro del mare: tutta plastica evitabile. Possibile che in questa emergenza, il mondo continui a consumare un milione di bottiglie al minuto? (a proposito: l’Italia è il paese che consuma più acqua in bottiglia in Europa e il secondo nel mondo). E al supermercato? Nei carrelli della spesa troppe cose sono ancora avvolte in imballaggi di plastica o polistirolo senza alcun motivo ragionevole.



Cominciamo subito, scegliere si può: evitiamo il packaging quanto più possibile. Fin dalle piccole cose. Persino la pellicola per alimenti inquina e ci inquina, a causa degli ftalati che contiene: sono prodotti chimici aggiunti alle materie plastiche per migliorarne la flessibilità. Sostanze tossiche che migrano con facilità nel cibo. Eppure, se anche una vita quasi senza plastica sembra inimmaginabile, va ricordato che la produzione in larga scala risale al 1950: da allora si è passati da due milioni di tonnellate l’anno ai quasi 500 milioni di oggi. Dai vestiti alle bottiglie, ai flaconi di cosmetici e saponi, ai sacchetti e agli imballaggi, la nostra quotidianità si è assuefatta all’uso smodato della plastica. Ripulire i mari da questa colossale massa è un’impresa probabilmente destinata al fallimento. L’unica possibilità è a monte: usare meno plastica, eliminare subito il non indispensabile.

La California ha lanciato la campagna “Rethink disposable - stop waste before it starts” già recepita da molti cittadini nel mondo. Insomma, si deve generare la convinzione che essere sofisticati nel scegliere le semplici azioni che tutelano il mare e la natura sia uno status symbol.

COSA SI FA NEL MONDO?

Alla campagna Clean Seas lanciata nel febbraio 2017 dalle Nazioni Unite hanno già aderito quaranta Paesi. Nel sito www.cleanseas.org, una parte degli appelli è volto a incoraggiare le persone a cambiare abitudini in modo da ridurre l’impatto di ciascuno e usare il potere d'acquisto personale per spingere le aziende a cambiare modo di produrre e distribuire. A cominciare dai sacchetti, dalle cannucce, dalle bottiglie.
E sono stati Paesi del cosiddetto terzo mondo a fare da apripista: il governo del Bangladesh ha messo al bando le buste di plastica nel 2002, l’Eritrea nel 2005, il Ruanda nel 2008 e per chi le usa o le diffonde ci sono pene fino alla detenzione. Nel più green dei paesi africani oggi gli involucri e le borse sono di tela, fibre di banano o di papiro. In Europa ci sono sensibili differenze tra le varie nazioni e in Italia siamo un fanalino di coda nell’arginare l’uso della plastica.

I paesi scandinavi ne riciclano il 90% ma soprattutto ne utilizzano molto meno grazie a supermercati che vendono sempre più prodotti alla spina e limitano la vendita di prodotti con packaging sintetico. In Svezia è nato il primo centro commerciale al mondo dove tutto è per così dire di “seconda mano”. Il ReTuna Återbruksgalleria, vende oggetti, elettrodomestici, accessori di ogni tipo che sono stati riparati e rigenerati e il governo del Paese ha lanciato una campagna nazionale per incoraggiare il riuso e la riparazione. Vale sempre il principio che le cose in assoluto più ecologiche sono quelle che già si possiedono.



Ad Amsterdam ha aperto, primo nel mondo, un supermercato della catena Ekoplaza con oltre 700 prodotti contenuti in vetro, carta o metallo ed estenderà i reparti plastic free ai suoi altri 74 punti vendita entro il 2018. Sempre in Svezia è sempre più popolare il “Plogging retake”: si fa jogging con guanti e zainetto e si puliscono le strade dai rifiuti trovati sul percorso. In Italia la prima giornata di questa nobile attività sportiva è programmata per il 25 aprile 2018. In Germania, Francia e Norvegia è sempre più praticato il “deposit refund system” chiamato DSR, una sorta di vuoto a rendere per tutte le bottiglie di plastica: riportando i vuoti nel negozio di acquisto si otterranno 30 centesimi a bottiglia. Il risultato è che il riciclo raggiunge quote altissime, fino al 98% impedendo così alla plastica di andare dispersa nell’ambiente. Nel Regno Unito la premier Theresa May ha annunciato di voler rendere il Paese “plastic free” entro il 2042 e per ora ha applicato una tassa sull’uso dei sacchetti in plastica monouso di 5 pence, 60 centesimi di Euro. Ad accelerare il processo di rinuncia alla plastica monouso ci pensano però le società private: pub, ristoranti, catene alberghiere. Il London City Airport ha vietato le cannucce in plastica in tutti i punti di ristoro: fino ad oggi, ne distribuivano centomila all’anno ad oltre quattro milioni di passeggeri.
Anche la Regina Elisabetta ha annunciato l’imminente divieto di usare cannucce, bottiglie e imballaggi di plastica a Buckingham Palace, del Castello di Windsor e a Holyrood Palace.


Negli Stati Uniti, dove pure sono nati i più importanti movimenti ecologisti, vengono consumati 50 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno e solo il 13% viene riciclato. Per contro, alcune città come Miami e Seattle hanno vietato l’uso di cannucce di plastica nei locali pubblici aderendo al movimento nato in California Straw Free. È in California la sede della più attiva associazione a difesa del mare, la Surfrider Foundation che anche attraverso il suo link Beachapedia è in grado di monitorare migliaia di chilometri di spiaggia e di prendere iniziative immediate di ripristino ambientale. Alle isole Hawaii i programmi del movimento Plastic Free Hawaii hanno indotto a non usare la plastica monouso non solo alle scuole ma anche alle attività di business legate al turismo. Proprio negli Usa, sono diventati veri fenomeni di massa le campagne di pulizia delle coste. In California, il Coastal Cleanup Day organizzato dal 1985 il terzo sabato di settembre di ogni anno, riunisce in una giornata oltre 50 mila volontari sulle spiagge per la rimozione della plastica e dei rifiuti sintetici. Fino ad oggi, distribuiti in 700 siti costieri, vi hanno partecipato oltre un milione di californiani. In Oregon, artisti di fama collaborano con l’organizzazione no-profit Washed Ashore per realizzare sculture monumentali realizzate con rifiuti plastici rimossi dalle spiagge. Le esibizioni allestite in varie location sulle coste del Pacifico riescono a coinvolgere milioni di visitatori.


Imballaggi e packaging per alimenti biodegradabili e compostabili al 100% ottenuti da una bioplastica che utilizza i residui della filiera casearia: è il progetto italiano Biocosì, sviluppato dall’Enea in collaborazione con la start-up pugliese EggPlant.
Chelsea Briganti e Leigh Ann Tucker sono due giovani industrial designer di New York che hanno inventato “Loliware” la prima “plastica” edibile al mondo. Tazze, cannucce, bicchieri, bottiglie si possono mangiare dopo averle usate.
Andrew Turton e Pete Ceglinski, surfisti australiani che hanno ideato il cosiddetto Seabin una sorta di cestino dei rifiuti marini. Il seabin viene sistemato nell’acqua e grazie a una pompa fissata a un pontile, succhia dentro un cestino la spazzatura galleggiante. La società americana Ecovative produce un packaging a base di micelio di funghi e rifiuti agricoli che è completamente compostabile ed ecologico: un’invenzione rivoluzionaria che anche colossi come Ikea sono interessati a utilizzare sostituendo quelli tradizionali.

Parley for the Oceans, ha collaborato con Adidas e ha creato una linea di scarpe realizzate con materiale plastico sottratto alle spiagge e agli oceani. Sono nate così nel 2016 le sneakers Ultraboost disegnate da Stella McCartney. Ogni calzatura è composta da circa dodici bottiglie e visto il successo del nuovo prodotto l’azienda tedesca prevede che la plastica oceanica sostituirà quella di tutti i suoi prodotti entro il 2024.

Il mondo del surf, sinonimo di stretta armonia con il mare, sta risolvendo la sua contraddizione con nuove tecniche di costruzione delle tavole: l’imperativo è quello di rinunciare alle schiume che hanno origine dal petrolio e sostituirle con resine naturali. Il popolare sito web sustainablesurf.org, attraverso il certificato di requisito “Ecoboard Project” approva tutte le nuove tavole prodotte con alghe o fibre vegetali. Come quelle ideate dai ricercatori dell’University of California San Diego e realizzate in collaborazione della Artic Foam Oceanside: sono di alghe e olio di alghe ed hanno le stesse prestazioni dei surf tradizionali. Dagli stessi studi sono nate le prime flip flops di alghe. Tenendo conto che questo tipo di ciabatta in poliuretano è la calzatura più usata al mondo – 3 miliardi di paia l’anno vendute - la nuova formula potrebbe essere fondamentale ai fini della salvaguardia dell’ambiente.

Anche Google utilizza la sua sterminata visibilità per educare e sensibilizzare ai temi della protezione del mare. Oltre il 99% delle persone nel mondo non ha mai fatto immersioni, e non conoscere il mare rischia di non far comprendere l’importanza di proteggerlo. Google e The Ocean Agency hanno utilizzato una telecamera subacquea a 360 gradi per rivelare i fondali di mezzo mondo o i fenomeni di degrado come lo sbiancamento dei coralli in modalità “Street View”, basta cliccare qui.

VORRRESTI QUESTA NAZIONALITÀ?

Nel 1997 il velista Charles J. Moore, rientrando dalla regata Transpac Los Angeles - Hawaii, attraversò una vastissima area marina invasa di rifiuti galleggianti: il Great Pacific Garbage Patch, la cui grandezza fu stimata da successive missioni e da immagini dal satellite grande quanto la Francia. Oggi, dopo i recenti studi della fondazione olandese Ocean Cleanup, risulta essere quasi triplicata. Composta da un groviglio di reti da pesca, tappi, bottiglie, imballaggi e microplastiche.

Una vera e propria isola. Tanto che l’organizzazione statunitense Ocean Plastic Foundation ha deciso di lanciare la sua campagna provocatoria inoltrata alle Nazioni Unite: il Great Pacific Garbage Patch deve diventare uno Stato riconosciuto. Lo hanno chiamato “The trash isles” e ha già una valuta simbolica (realizzata dal designer Mario Kerkstra) e un passaporto (in materiale riciclato) il cui primo cittadino è un illustre ambientalista, l’ex Vice Presidente degli Stati Uniti Al Gore.



PLASTIC FREE TIME: guida minima


· Un gesto solo è già moltissimo
· Scegli un cono gelato e rifiuta coppetta e cucchiaino
· Non chiedere cannucce per il drink
· Non scegliere prodotti e imballaggi in plastica monouso
· Cerca cibo sfuso ovunque sia possibile
· Fai pressione sui tuoi negozi preferiti perché scelgano prodotti senza plastica
· Controlla che nei bagnoschiuma non ci siano le microsfere di plastica (tra gli ingredienti alla voce Polietilene o Polipropilene)
· Usa le borse di tela per la spesa
· Preferisci borracce al posto di acqua in bottiglia per la tua giornata al mare
· Porta sempre il tuo contenitore per il take-away
· Investi in una sedia sdraio in legno e tela
· Cerca lo shampoo in saponetta (anche il web ne offre di buonissimi)
· Preferisci il latte all’olio solare, lascia meno residui



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